Éric Fassin
Libération
10/06/2020

Nel 2011, «il caso DSK (Dominique Strauss-Kahn)» annunciava «la fine dell’eccezione sessuale» (per riprendere il titolo dell’intervento che pubblicai su Libération quando scoppiò il caso). L’arresto a New York del presunto candidato alla presidenza della Repubblica apriva, in effetti, la via all’eterno ritorno del «caso Polanski» e accendeva la miccia di quello che sarebbe poi diventato il #MeToo.
Di colpo, diventava difficile sventolare lo spauracchio dell’America puritana per giustificare un’eccezione francese al diritto comune, a meno di considerare lo stupro una seduzione «alla francese». Da quel momento, l’abitudine di «alzare le sottane della serva» (troussage de domestique) non ha più lasciato indifferenti, e le rivendicazioni nostalgiche della «libertà di importunare» risuonano ormai come l’eco muto di un mondo antico.
Perché il sesso dovrebbe sfuggire all’esigenza di libertà e di uguaglianza? Politici e artisti non possono più sottrarsi alla logica della democrazia sessuale, e la Francia non può certo essere un’eccezione.

Oggi, nel campo della democrazia razziale, possiamo avanzare l’ipotesi che le mobilitazioni internazionali ci stiano mettendo di fronte a qualcosa di simile. La presenza delle attrici Adèle Haenel e Aïssa Maïga al fianco di Assa Traoré, per suo fratello Adama e per tutte le vittime, il 2 giugno scorso, non può non far pensare all’ultima cerimonia di premiazione dei Césars; così come la lettera di Virginie Despentes «ai miei amici bianchi che non vedono il problema» richiama il suo intervento esplosivo di allora: «Ormai, ci alziamo e ce ne andiamo!». Insomma, il parallelismo è evidente: e se stessimo vivendo, in Francia come altrove, la fine dell’eccezione razziale?

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