
Riflessione
18 giugno 2020
Pochi giorni fa, Donatella Tesei, presidente della Regione Umbria, ha abrogato la norma adottata dalla precedente amministrazione di centro-sinistra che permetteva – come avviene in altre regioni d’Italia – l’aborto farmacologico in day hospital.
Invocando una decisione “in difesa della salute della donna”, l’Umbria ha reintrodotto l’obbligo di ospedalizzazione di tre giorni per un intervento farmacologico che in molti paesi è gestito dalla medicina territoriale o dai consultori, o addirittura da casa.
In questo modo la presidente sostenuta con forza da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia ricompensa i movimenti pro-life, anti-gender e pro-family che hanno fatto campagna per lei lo scorso anno e che oggi riscuotono il debito.
Ricordiamo infatti che il meeting di chiusura della campagna per le elezioni regionali del 2019 era stato organizzato proprio dai gruppi del Family Day (Comitato Difendiamo i Nostri Figli, ProVita & Famiglia, Citizen Go, Alleanza Cattolica) e capitanato da Massimo Gandolfini, che in quell’occasione aveva fatto firmare a Donatella Tesei un “Manifesto valoriale per l’Umbria” (vedi comunicati del 17 e del 18 ottobre 2019).Non a caso – vedi comunicato del 17 giugno – Gandolfini può dichiarare di essere grato alla presidente di aver mantenuto la promessa e di aver fatto della Regione Umbria un ulteriore spazio di sperimentazione dove tentare (e riuscire) a restringere, smantellare e riscrivere la grammatica democratica del diritto, dei diritti e delle istituzioni.
Questo è il risultato del lavoro di scambio partiti-movimento condotto negli ultimi anni che ha permesso, da un lato, alle destre e all’estrema destra italiane di occupare spazi elettorali e istituzionali, e dall’altro, ai nuovi movimenti cattolici di riattivare una capacità di agire politico incisiva e produttiva, ma soprattutto estremamente pericolosa.
Se non si tiene conto di questo lavoro movimentista di fondo, si rischia di non capirci politicamente nulla.



